da BLOW UP
"Lascia spaesati pensare in quanti e quail modi la chitarra folk ha preso per mano un'attitudine "avant" di approcciarsi all'elettronica o una "indie", spigolosa e rumorosa, di accostarsi al rock. Di certo l'unione tra l'anima calda e introspettiva delle corde di metallo e quella gelida ed espressionista dei suoni di sintesi o delle distorsioni più trasfigurate è sempre stato sinonimo di musica dal grande fascino e dalla grande ricercatezza. S.S. di cui My Dear Killer è moniker, si insinuato entro questa attitudine sin dal suo esordio solista del 2006, l'ottimo Clinical Shyness, sino ad arrivare alle sonorità meno distorte ma non per questo meno grezze di quest'ultimo "The Cold Plan" dove su tanti bozzetti acustici si insinuano interferenze chitarristiche cariche di distorsioni, ebow e altri disturbi, per lo più samples e nastri. E così ecco una serie di episodi quasi-cantautorali acidissimi carichi di feedback che suonano come il Richard Youngs di "Festival" o di "Sapphie" (Forecast, Silloth) a tratti vissuti e tragici come gli American Music Club più acustici (I am a part of this machinery) e ancora più viscerali interpretazioni al baricentro esatto tra post rock, slowcore e lo-fi (your favorite bar) dove il cantato si fa notare per intensità e interpretazione. Un disco introspettivo ma trascinante, i fan di Richard Youngs si troveranno a casa e anche i non avvezzi a certe sonorità gradiranno la bontà di questa produzione"
[Alessio Budetta]


da THE NEW NOISE
"My Dear Killer fa musica brumosa, con un sottofondo sempre idealmente limaccioso (l’apporto di Stefano De Ponti in fase di arrangiamento e sampling si sente tutto) che porta inquietudine. Non potrebbe essere altrimenti, visto il nome scelto e data l’intestazione, un “piano freddo”, tipico di chi nasconde dentro sé (forse) un’azione segreta per poter fuggire, chissà dove poi…, più probabilmente un piano per poter rimanere in pace e senza distrazioni sociali. Stefano Santabarbara ha impostato tutta la sua poetica su queste coordinate, in fondo il suo è un discorso coerente, cocciuto finanche, che non ammette distrazioni. I brani sono tutti fatti in una certa maniera, le parole sono pesanti e come cantate a morsi, l’incedere è al solito claudicante, timido e segretamente aggressivo allo stesso tempo. Rispetto però a Clinical Shyness e The Electric Dragon Of Venus, in questo nuovo album la formula pare essersi sciolta ancora di più: le carezze acustiche e le pennellate di elettrica di “The Winter’s Bride”, l’incedere classicamente malinconico di “The Thiefs”, le disillusioni di “I Am A Part Of This Machinery” siamo di fronte a una piccola collezione di canzoni fragili e perse, che servono sostanzialmente a MDK per tirarsi fuori da una seduta di auto-analisi che non è certo indolore, ma che porta i suoi frutti; dato che i demoni non accennano ad andarsene, tanto vale combatterli, visto che le ferite ci sono già e mostrarle senza tentennamenti può risultare catartico. The Cold Plan vi sarà utile per affrontare l’ultima parte dell’inverno, prima di essere costretti ad esporvi alla primavera. Ma il “piano freddo” è lì e lo potrete usare appena ne avrete voglia, in modo da ritrovare subito le tenebre, e la tranquillità, anche in piena estate."
[Maurizio Inchingoli]


da ONDAROCK
"Terza prova in studio per il "caro assassino" Stefano Santabarbara (chitarra elettrica e acustica, voce, effetti) questa volta assistito nel suo piccolo delitto da Stefano De Ponti (chitarra elettrica, contrabbasso, synth). Dopo "Clinical Shyness" (2006) e "The Electric Dragon Of Venus" (2013), a distanza di cinque anni la scena del crimine rimane quasi immutata, se non fosse per l'introduzione di sample e vari effetti che rendono la musica di My Dear Killer ancora più straniante. In "The Cold Plan", i due Stefano si muovono con discrezione seguendo i passi dei precedenti lavori, continuando in questo modo a esplorare territori sospesi tra il cantautorato lo-fi e l'outsider-folk, sul crinale tra Magnetic Fields, Nick Drake e Jandek. Le canzoni vengono costruite su pochi accordi, continuamente soggetti a smantellamenti e stratificazioni, anche grazie al sapiente utilizzo di field recording, come è il caso della traccia di apertura "Skinburness Pt.1". La voce di Santabarbara avanza insicura tra le insidie, a volte sottomessa da docili arpeggi e inaspettati stridori ("Forecast", "Your Favourite Bar"), altre volte lasciandosi condurre da atmosfere acustiche disperate ("Daffodils") o da chitarre a dir poco rabbiose ("I Am A Part Of This Machinery"). Capita spesso che le canzoni sembrino volutamente incompiute, come a voler tramutare in musica l'instabilità delle relazioni umane e le domande irrisolte che ci poniamo ogni giorno ("Answers"). Nel novero del disco c'è spazio per una serie di brani che sembrano trovare una sorta di omeostasi tra il minimalismo mistico di John Fahey ("The Winter's Bride") e quello esoterico dei Six Organs Of Admittance ("Skycrapers"), passando anche per momenti di puro cantautorato folk ("I Won't Blame You") e vere e proprie tempeste di feedback ("Silloth"), con cui My Dear Killer sembra volerci inesorabilmente destabilizzare."
[Valeria Ferro]


da SO WHAT
"Parole che sgorgano come calde stille ematiche da ferite impossibili da rimarginare per provare a sciogliere un persistente inverno dell’anima. È un infinito percorso catartico di cui non si percepisce la fine quello su cui continua a procedere My Dear Killer, un dolente tracciato la cui ultima tappa vede Stefano Santabarbara affiancato da Stefano De Ponti, che in disparte e in penombra segue l’inquietudine delle sue sofferte confessioni assecondandone e dilatandone i riflessi. Aleggiando su nebbiosi fondali di flebili echi ambientali, frequenze stridenti e spettrali dilatazioni che si incontrano scivolandosi addosso, le essenziali melodie scorrono placide disegnando un itinerario denso di fragile malinconia, ideale ambiente dal quale lasciare risuonare l’intimo canto che attraverso parole di piombo e l’onomatopeica incertezza del suo incedere denuncia un irrisolvibile senso di disgregazione interiore. È un flusso dai margini volutamente sfrangiati che suona incompiuto e privo di pause a concedere respiro al succedersi degli enfatici monologhi dall’andamento obliquo a tratti permeati da una più marcata morbidezza (“The winter bride”, “The thief”), da aspri toni grevi (“Daffodiels”, “Smockers”) o da improvvise ascese a cui fa eco un’elettrica aggressività (“I am a part of this machinery”). È un soffio algido e ineluttabile al quale arrendersi assaporandone ogni tagliente riverbero.
[Peppe Trotta]

da MUSIC WON'T SAVE YOU
"A intervalli lunghi e irregolari, tornano a manifestarsi dalla nebbia che le circonda le note e le canzoni sfocate di Stefano Santabarbara, artista varesino che ha intrapreso il progetto My Dear Killer negli anni Novanta, concretizzandolo finora in due album, l’ultimo dei quali risale a ormai cinque anni fa. I dilatati tempi creativi trovano piena corrispondenza in quelli dei quattordici brani di “The Cold Plan”, lavoro realizzato con la preziosa collaborazione di Stefano De Ponti (contrabbasso, synth, samples), che ha riempito di frammenti armonici e di pulviscolo atmosferico gli interstizi tra il picking compassato e le evocative interpretazioni di Santabarbara. Quel che ne è risultato è una sequenza di istantanee sgranate da un patina di bassa fedeltà, composta da una varietà di detriti sonori di consistenza irregolare, inframezzata tanto a gentili filigrane acustiche quanto a sorgenti di elettricità statica, entrambe destrutturate al pari di un songwriting improntato a placido misticismo. Filigrane di corde pizzicate, scorci di narcolettico intimismo cantautorale e declamazioni ascetiche dalle sfumature neo-folk si succedono nella galleria di “The Cold Plan”, accomunate dalla deliberata opacità di di una resa sonora conseguita con equilibrio e, appunto, del tutto coerente con quella che appare ben più che soltanto la ricerca di un’estetica brumosa. “The Cold Plan” è piuttosto la testimonianza di un’attitudine espressiva a tutto tondo, frutto di un’elaborazione i cui tempi prolungati sono appunto rispecchiati da quelli di scheletri di canzoni sospese in una bolla decompressa, satura di densi vapori invernali."
[Raffaello Russo]


da SODAPOP
"Terzo disco per My Dear Killer, ovvero Stefano Santabarbara, che con il tempo affina sempre più le sue doti: il nostro infatti tra una dichiarazione e l’altra di voler appendere la chitarra al chiodo fa uscire dischi via via sempre più interessanti. Se già il precedente The Electric Dragon Of Venus aveva mostrato notevoli segni di crescita, The Cold Plan prosegue e forse la sua radice va vista anche nell’interessante Blind Tarots (recuperatelo, è un piccolo gioiello dimenticato) dove Stefano suonava assieme a Matteo Uggeri (qui coinvolto invece per le grafiche): la chitarra è infatti meno rumorosa che in passato ma è sempre più accompagnata da field recordings, elettroniche e riverberi per un suono sempre più convincente, a cui contribuisce Stefano De Ponti che dà manforte e corrobora il suono con alcuni degli ingredienti di cui sopra assieme a strumenti vari. Melanconia a fiumi, voce con il suo pathos ormai marchio di fabbrica, andamenti ambientali e manico nel maneggiare la sei corde… alla fine per fortuna il killer è sempre lui, non temete: folk non convenzionale che potrebbe convincere un fan di Tim Buckley, a un nostalgico dell’emo o persino a qualche seguace del folk apocalittico, per quattordici canzoni con la C maiuscola che ci parlano di treni in ritardo, di solitudine e di rapporti interpersonali che si sciolgono come neve al sole. The Cold Plan esce per l’etichetta di Stefano, Under My Bed (anche lei coinvolta in questo virtuoso effetto “ogni uscita sempre meglio”) assieme alla neonata EeeE di Vasco Viviani (ex tuttofare di Old Bycicle): un disco suonato e prodotto da nostri amici insomma, ma di cui non potevamo però non parlare, dato che secondo il nostro modesto parere c’è poco in giro che valga così tanto.
[Emiliano Grigis]


da SANDS ZINE
"Esiste più d’un motivo per appassionarsi ed amare questo disco. Inizio da quello che forse ha meno a che fare, ma non ne sono certo, con la musica che v’è contenuta. Si tratta del ritorno in pista di Vasco Viviani che, dopo la chiusura della Old Bicycle Records, si ripresenta col nuovo marchio Ee?? per questa coproduzione. Non ho mai creduto che il suo addio sarebbe stato definitivo, dal momento che il demone della musica, quando ti prende, difficilmente t’abbandona. Ne ho esperienza diretta, dacché in più d’una occasione ho tentato di svicolare per ritrovarmi poi sempre, invariabilmente e inevitabilmente, o in auto diretto verso qualche concerto o con un disco in mano diretto verso il mio giradischi. Ritrovarselo attivo fa comunque un immenso piacere. Poi c’è la splendida confezione, alla quale ha collaborato l’amico Matteo Uggeri con i suoi tratti a metà strada fra infante disabile e visionaria creatura giunta dallo spazio. Due elementi importanti, questi, che mettono subito di buon umore ma che nulla sarebbero senza il terzo ingrediente a completare la chiusura del cerchio. Un terzo ingrediente al quale, per dire il vero, mi sono approssimato con un certo timore, perché di fronte a tanto ben di dio il rischio di incappare nella nota sbagliata è sempre alto, e quindi la paura di vedere deluse le aspettative inizialmente create inibisce l'atto finale, sconsiglia cioè lo svelamento del mistero celato dietro tali aspettative. Quante volte è successo che dietro un’apparente bellezza si nascondessero ciofeche indescrivibili. Quante volte pacchi ben confezionati racchiudevano immonde schifezze. Per fortuna, e per la soddisfazione di tutti i nostri sensi, tale non è il caso di “The Cold Plan”. La musica racchiusa in questo vinile esce dai suoi solchi come un balsamo benefico, splendidamente seducente, con le chitarre arpeggiate, i feedback sottili, i rumori sintetici e organici, la voce incerta impegnati nel pennellare quattordici canzoni tanto fragili quanto emozionanti. L’attitudine è decisamente lo-fi o meglio, come sosteneva un artista catalogato come tale, è lo-tech, a bassa tecnologia, ché la fedeltà alla realtà del suono è così molto maggiore di quella proposta negli innumerevoli e ingannevoli dark side della luna. Non ho fatto “The Cold Plan” disco top solo perché mi sembrava di sminuirlo, affiancandolo agli altri dischi che solitamente trattiamo come tali, e poi quanndo le cose si amano veramente è preferibile tenerle nascoste, con il timore e la gelosia che solitamente guida le nostre azioni in presenza delle cose veramente belle. Questo qui, accanto a “Temps En Terre” di L’Ocelle Mare, è il miglior disco che ho ascoltato nel duemiladiciotto. ""
[Mario Biserni]


da ROCKIT
"Il buon Stefano Santabarbara se l’è presa piuttosto comoda nell’assicurare un degnissimo seguito a "The Electric Dragon Of Venus" considerati i cinque lunghi anni di gestazione per partorire un disco come “The Cold Plan” che, in termini di spleen, predisponesse, appunto, un cordone ombelicale col suo predecessore ma che al contempo ne sviluppasse al meglio le collaudate soluzioni compositive su ben più stranianti registri ambientali. Il songwriting del musicista lombardo, dunque, continua, sì, ad assecondare il suo originario imprinting folk-acustico (devoto a Nick Drake, Tim Buckley e Bert Jansch) ma il relativo contraltare atmosferico viene a questo giro parzialmente depurato della componente rumoristica delle chitarre – palesemente meno disturbanti di un tempo ma non meno efficaci quanto a carica tensiva – a vantaggio di un’effettistica visionaria generata da sample, riverberi, manipolazioni elettroniche e funzionali field recording (su tutte “The Thief” e “Skinburness Pt.1"). Anche grazie al fattivo contributo del sodale Stefano De Ponti (chitarra elettrica, contrabbasso, synth) My Dear Killer confeziona un piccolo capolavoro di alt-folk decadente – alle porte del post rock – a tratti volutamente agonizzante (“Daffodils”, “The Answer”), ma provvidenzialmente defibrillato da suggestioni ambientali che si rinnovano di volta in volta come il fegato di prometeica memoria, fino a consegnarci un disperato affresco intimista dove è l’interpretazione schizofrenica e claudicante dello stesso Santabarbara a fungere da reale baricentro umorale insieme agli arpeggi acustici della 6 corde. All’interno di un quadro generale di desolazione diffusa (“Your Favorite Bar”, “The Winter’s Bride”) si consuma così una sorta di livido commento sonoro alla polverizzazione delle contemporanee relazioni sociali – fino al più annichilente isolamento individuale – volutamente deprivato di rassicuranti punti luce, eccezion fatta per la scarnificata bellezza, velatamente bowiana, di quella “I Am A Part Of This Machinery” che ci riconcilia col mondo in uno spasmo di disillusione generazionale." [Antonio Belmonte]

da BUSCADERO
"My Dear Killer, da più di dieci anni veicola la sua personale idea di musica, sia attraversi la sporadica, ma sempre interessante attività della sua Under My Bed, sia chiaramente tramite i suoi lavori cantautorati sui generis. Per pubblicare questo nuovo album, intitolato The Cold Plan, unisce le sue forze a quelle di Vasco Viviani che, chiusa l'esperienza con Old Bycicle si butta a capofitto in una nuova avventura intitolata EeeE a cui, ovviamente, auguriamo tutto il meglio. Detto questo, le canzoni di My Dear Killer sono essenzialmente malinconiche confessioni per voce (spesso singhiozzate e con un vibrato quasi alla Jamie Stewart degli Xiu Xiu) e chitarra acustica, attorno alle quali si sviluppano lontani distorsioni elettriche, e-bow strazianti, rumori generati attraverso l'utilizzo di nastri e samples, elementi che concorrono a creare il mood sempre un po' plumbeo e sfasato del tutto. Siamo dalle parte di una canzone legata a doppio filo alle sperimentazioni avant-folk di certo Richard Youngs, con una versione disossata e decisamente più afasica di Mark Kozelek, di pezzi che più spesso si affidano al mood piuttosto che alle melodie (una eccezione da segnalare almeno è la melodica e intensa I Am a Part of this Machinery) . Io lo trovo come sempre affascinante ma diciamo che a un ascoltatore occasionale potrebbe sembrare un tanti nello monocorde. Credo pero che al buon Stefano, gli ascoltatori occasionali non interessino granché..."
[Lino Brunetti]


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RAI, RADIO3, Battiti (06/07/2018) Possibilità perdute
RAI, RADIO3, Battiti (07/07/2018) Three is a powerful number